mercoledì 22 giugno 2016

VISIONI - L'uomo che mente - L'homme qui ment



Un altro esperimento di Robbe-Grillet, cos'altro?, questo L'uomo che mente; datato 1968 e pienamente corrispondente al profilo '60 della filmografia dell'autore, che come tutti sappiamo inizia con Marienbad (capolavoro supremo che influenzerà tutto il Robbe-Grillet successivo, o almeno quello finora da me visto, chiaramente), e quindi non ancora dedito alla sperimentazione anche visiva (o Dei colori) dei '70 (Oltre l'Eden, ad esempio), L'uomo che mente è una pellicola affascinante e stimolante, anche se con i limiti congeniti degli esperimenti cinematografici.




Chiuso il preambolo incomprensibile, inizio dicendo che Trintignant è molto fico così come le tre (quattro se si considera la barista, cinque se si include anche la farmacista, interpretata da Catherine, moglie del regista) protagoniste; un cast perfetto e all'altezza per comunicare il senso di nonsense (ahah) e inafferrabilità che il regista francese padroneggia alla grande. Stupenda la scelta dei costumi, totalmente in antitesi rispetto al momento storico in cui è collocata la vicenda; Trintignant sempre in completo è divino, sia quando guida un trattore, sia quando corre nei boschi e muore. L'utilizzo del momento storico (WWII), e di conseguenza la vicenda (che vive dell'ambientazione, più che mai), può essere aperto a varie interpretazioni: è un semplice pretesto, per introdurre il solito (ma sempre fantasticamente efficace) discorso sulla creazione di storie e sul senso delle immagini (con i topoi sempre presenti di donne legate, vetro che si infrange, fughe disperate) oppure una critica feroce ma distaccata dei traumi della seconda guerra mondiale, delle allucinazioni dei superstiti, dell'illusione della memoria che ricostruisce e ridistribuisce i propri pezzi a seconda della situazione e dell'interlocutore? Probabilmente, entrambe le ipotesi sono corrette, o forse nessuna delle due, considerando l'elusività del regista francese; belli, molto, gli inside joke (l'uso di un termine moderno per descrivere il passato mi elettrizza sempre), come la tomba con il nome del protagonista e le varie fotografie sparse nelle sale, e le battute che si ripetono, in aggiunta.




Boris Varissa è un uomo che mente, e forse sta tutto lì, nel titolo; come esperimento sulla narrazione e sulle possibilità di questa in campo filmico, L'uomo che mente annoia presto, ma con inventiva; interessante, e subdolamente furba (geniale), la messinscena continua della morte e della rinascita, e il continuo tentativo del protagonista di raccontare la propria storia, quasi a indicare l'impedimento obbligatorio e insito nel mezzo filmico, l'ostacolo che non permette la verità. Poco convincente nel suo complesso, per me, ma con degli spunti invidiabili e notevoli; mai come in questa pellicola ho trovato forzate le intuizioni visive di Robbe-Grillet e i temi a lui tanto cari, il sesso e il mondo perverso che ne fa parte è forse quello più evidente (in quanto a inadeguatezza rispetto al resto del film). Vale la pena? Forse, o forse no, ma per comprendere il discorso del maestro francese è quasi uno step necessario, la casella mancante che fa da ponte tra una stagione e l'altra.

6

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